totòpergliamici

Semplicemente, voglio dire la mia. Su ciò che vedo, osservo, leggo o studio. Molte delle cose che scriverò saranno Contro, ma di sicuro rivolte ad amici e compagni di strada. e-mail: fgnco@tin.it

lunedì, marzo 15, 2004

Cari amici,

questo blog chiude.

Non ho più la forza,

la voglia e l’entusiasmo di rimanere tra di voi.

Ringrazio tutti

per gli scritti, le poesie, i racconti, le immagini,

che mi avete fatto scoprire.

Da oggi non sarò più solo,

perché porto con me l’amicizia,

la stima e la compagnia che ci siamo fatti in questi mesi.

E qui, naturalmente, devo un grazie al “signor splinder”,

silenzioso e meritevole padrone di casa.

Ancora grazie

Vostro Totò 

posted by antkost 16:56 | commenti (50)

lunedì, marzo 08, 2004

non se ne può più

 

   Ricordate la famosa canzone(?) Quelli che della formidabile coppia Enzo Jannacci-Beppe Viola. Mi stupisco che nessuno ne scrivi una dal titolo Non se ne può più… (questa potrebbe essere un’idea per una composizione collettiva a cura del Battello).

Io, però, sarei dispiaciuto se in questo elenco ci finisse l’otto marzo. Un maschietto, dirà qualcuna, farebbe meglio a star lontano da feste non sue. Non s’impicci delle storie che non gli appartengono. Ma se ci pensate un po’ quali feste laiche ci sono rimaste? Mi sto addentrando sul terreno minato delle feste - giornate di lotta che altri prima di noi vollero e difesero con coraggio e sacrifici. Potremmo ad esempio pensare al lungo ponte che ormai sono diventati il 25 aprile e il I° maggio.

Ci meravigliamo poi se si vuol far passare Priebke per un povero vecchio, su cui ci si accanisce per quella bazzecola delle Fosse Ardeatine: uno scambio con la grazia a Sofri è siamo pari, come dice quell’Imbecille diventato ministro! Dai 10 italiani per un tedesco, ai 330 delle Ardeatine per un Commissario.

Donne! Non fatevi derubare dell’otto marzo. Oggi per me questa giornata è stata segnata dall’appello di una Nobil Donna, Teresa Cordopatri, alle donne (madri-mogli-figlie) dei mafiosi. Teresa Cordopatri da anni, con un coraggio inimmaginabile, fronteggia le cosche calabresi, che le hanno già ucciso un fratello, per disporre a loro piacimento della proprietà della famiglia. Naturalmente si è tentato maldestramente di far passare la Signora Teresa per matta. E’ certo che nell’italiettta sanremese del”chi non ha amici criminali” solo una donna ”folle”, determinata e serena, può rivolgersi alle donne di mafia. Con lei spesso si ritrova nelle scuole, in mezzo ai giovani, Rita Borsellino che prosegue, in tal modo, il lavoro del fratello.

Per Teresa Cordopatri, Rita Borsellino, la Signora Caponnetto l’otto marzo non è una festa da buttare. Se proprio devono dire un Non se ne può più, loro lo gridano ogni giorno, per la mafia.

posted by antkost 22:55 | commenti (17)

domenica, marzo 07, 2004

Ricordo di Padre David Maria Turoldo (1916-1992)

 

http://www.sancarloalcorso.it/turoldo.htm

 

Da "Ritorniamo ai giorni del rischio", 1985

 

Siamo composti con brani di morti

uguali a città

rifatte da macerie di secoli.

 

Allora al comune bivacco eravamo

tutti disperati e volevamo

morire per sentirci più vivi.

 

Non questo certo era l'augurio!

La nuova parola è stata uccisa

Dal piombo sulle bocche squarciate.

 

Una mediazione invocavano morendo

tra l'avvenimento grande e la sorte di ognuno,

l'avvento attendevano dell'uomo umile.

 

Ma noi rimpiangemmo le vecchie catene

come il popolo ambiva nel deserto

l'ossequio al re per le sicure ghiande:

 

non vogliamo il rischio di essere liberi,

il peso di dover decidere da noi

e l'amore di farci poveri.

 

Da sotterra urlano i morti

e per le strade vanno

come nell'ora dell'agonia di Cristo.

 

Per le strade vagano i fratelli

senza casa, liberi

d'ogni ragione d'essere morti.

 

La notte è simile al giorno

Il bene al male s'eguaglia,

spoglio quale una pianura d'inverno.

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lunedì, marzo 01, 2004

Come Kabul

 

Finora ho parlato poche volte del mio lavoro: qualche accenno su di un turno di notte, un monito sul rispetto per un ”vecchio malato”, uno sciopero per difendere la sanità pubblica. Questa volta non posso/non voglio far finta di parlare d’altro. Credo non siano tanti i professionisti, costretti in Italia, a lavorare in ospedali posti sotto sequestro da un magistrato, per il pericolo derivante dal mancato rispetto di norme di sicurezza e igiene. La rabbia, l’indignazione e la vergogna che si prova sono forse immaginabili. Non perché si è psicologicamente impreparati. Quando gli ultimi due direttori generali finiscono ammanettati per tangenti, c’è poco da rimaner sorpresi. Ma perché nonostante tutto il tuo lavoro è proprio bello, ti piace, ci credi. Sentire che delle volte riesci a dare un aiuto a chi ne ha bisogno, ti ripaga delle carenze, delle inefficienze con cui convivi da anni.

Ti consoli pensando che i propositi fatti negli anni vicini alla laurea non sono poi stati grossolanamente ”traditi”. Le letture dei libri di Medicina e Potere, gli articoli e i testi di Giovanni Berlinguer, la scelta del tempo pieno in ospedale, fino al Camici e Pigiami: un filo di coerenza l’ hanno mantenuto.

Ma non puoi più dire andiamo avanti, tanto si sa che gli amministratori sono ladri. Volo basso: un ladro può rubare in una casa e poi scappare; un ladro-criminale dopo aver rubato, brucia la casa per non lasciare tracce. Io credo di vivere sul mio lavoro questa seconda situazione. In sintesi, un ospedale con 40 anni di vita se non lo restauri, se non lo metti a norma, di fatto può essere solo ”rottamato”. Se la nuova classe dirigente del cavaliere di arcore, riesce a fare peggio dei vecchi arnesi (anche ladroni) della prima repubblica; bisogna solo sperare in una ribellione, quasi miracolosa, di chi viene derubato del bene-salute.  

Intanto al giovane amputato non puoi dire che il governatore è un pagliaccio incapace; ai malati di tumore non puoi chiedere se hanno letto gli articoli su le intercettazioni per le mazzette; ai figli del cardiopatico grave non interesserà sapere che l’assessore è amico del giaguaro.

Comincio a pensare che Gino Strada è un eroe e che mi viene da guardare a Kabul più che a Milano. Esagero, ma mi sento molto lontano da un paese civile.

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domenica, febbraio 29, 2004

 

Le dita e una tastiera:

 

il blog è

 

il mio/nostro manicomio?

 

Ma tutti quei film… Perché darsi tanto da fare?

«Lei sa cosa ripetono sempre gli psichiatri?”Delle dita occupate sono della dita felici” e così i pazienti di un manicomio stanno lì tutto il giorno a fare cestini. Questo sono i miei film, così mi mantengo occupato. Non ascolto tutto il rumore che c’è intorno al mio lavoro. Lavoro e questo è il premio»

 

Da un’intervista a Wooody Allen

14.2.04 specchio

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martedì, febbraio 24, 2004

Da Antonio De Curtis Totò

Poesie napoletane

Gremese Editore

 

Si fosse n’auciello

 

Si fosse n’auciello, ogne matina

Vurria cantà ‘ncoppa ‘a fenesta toja:

“Bongiorno, ammore mio, bongiorno, ammore!”

E po’ vurria zumpà ‘ncoppa ‘e capille

E chianu chiano, comme a na carezza,

cu stu beccuccio accussì piccerillo,

mme te mangiasse ‘e vase a pezzechillo…

si fosse nu canario o nu cardillo

 

Ammore perduto

 

Ammore perduto,

i’ t’ero truvato,

nun aggio saputo

tenerte cu mme.

Ammore perduto,

mm’ha ditto stu core

ca tarde ha saputo

tu ch’ire pe mme.

 

Felicità

 

Felicità !

Vurria sapé ched’è chesta parola,

vurria sapé che vvò significà.

Sarrà gnuranza ‘a mia, mancanza ‘e scola,

ma chi ll’ha ntiso maje annummenà.

 

Totò si nasce ed io, modestamente, lo nacqui

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sabato, febbraio 21, 2004

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2004/02_Febbraio/20/manette_stella.shtml
 
quando il bue dice cornuto all'asino
20 febbraio 2004
Corsi e ricorsi
Ritorno ai bei tempi: «Manette, manette!»
I fedelissimi applaudono Berlusconi, ma in Forza Italia c’è anche chi impallidisce e chiede: sono forse io, Signore?
Manette! Manette! Dopo anni di messianiche battaglie garantiste dovute alle grane giudiziarie sue e di amici, Silvio Berlusconi ha riscoperto in questi giorni i bei tempi in cui metteva le sue tivù «a disposizione di Di Pietro», plaudiva a Gianfranco Fini scatenato contro il «governissimo dei ladroni, il ladronissimo Dc-Psi-Pds» e chiedeva agli aspiranti candidati di Forza Italia di sottoscrivere una impegnativa dichiarazione.
Il testo era il seguente: «Dichiaro:
1) di non avere carichi pendenti
2) di non aver ricevuto avvisi di garanzia
3) di non essere stato e di non essere sottoposto a misure di prevenzione e di non essere a conoscenza dell'esistenza a mio carico di procedimenti in corso...».
Provvisoriamente accantonati i reucci del cavillo che a lungo l’hanno assistito nelle aule giudiziarie, ha dunque deciso coi «Cavalieri Azzurri» di Milano e ieri ad Atene di sparare tre colpi.
Primo: «Fermate i vecchi politici! L'imperativo categorico di Forza Italia è sempre stato la moralità».
Secondo: basta con quelli «che non hanno mai messo piede in una vera azienda, nel mondo del lavoro, persone che hanno soltanto chiacchierato nella loro vita, che non hanno combinato nient’altro che prendere i soldi dei cittadini».
Terzo: «Ci sono tanti signori che hanno la casa al mare, la casa in città, la casa ai monti, la barca... Guardando a quel che guadagnano questi signori e quello che a volte devono anche dare ai loro partiti, mi chiedo: ma come hanno fatto a farsi tutte queste proprietà? Sono soldi rubati. Soldi rubati ai cittadini».
FOLLINI - Mentre salivano gli applausi dei fedelissimi e le polemiche anche intestine aperte da Marco Follini, tuttavia, tra le sue file si avvertivano vistosi sbandamenti accompagnati dalla domanda che cadde all’ultima cena: «Sono forse io, Signore?»
Al primo colpo si è accasciato Gianstefano Frigerio, vecchia talpa democristiana milanese, condannato a diversi anni di carcere in vari processi di Tangentopoli e nonostante ciò non solo eletto tra gli azzurri in Puglia col nome d’arte di Carlo Frigerio (lifting anagrafico), non solo salvato dalla galera dopo la conferma in via definitiva delle pene ma promosso due mesi fa a coordinatore dei dipartimenti. Al mancamento seguiva una catena di pesantissime emicranie. Prima Alfredo Vito, l’ex diccì tornato alla Camera come berlusconiano nonostante Paolo Cirino Pomicino gli rinfacci 22 condanne per corruzione. Poi Gaspare Giudice, per il quale i giudici di Palermo hanno chiesto inutilmente l’arresto considerandolo «a disposizione» del presunto boss di Caccamo Giuseppe Panzeca. E via via altri deputati e senatori condannati, inquisiti o miracolati dalla prescrizione: «Sono forse io, Signore?».

Rosy Bindi ha detto di voler querelare Berlusconi per i «politici ladri» (Ansa)
I «FANIGUTTÙN» - Al secondo colpo, nei dintorni sono impalliditi ancor più numerosi. Chi saranno mai questi politici che non hanno «mai messo piede in una vera azienda» e quindi nell'ottica berlusconiana sono «faniguttùn», fannulloni che «hanno solo chiacchierato nella loro vita» senza «combinare nient’altro che prendere i soldi dei cittadini»? Il vicepremier Gianfranco Fini, che in gioventù passò del tempo al Secolo d’Italia per darsi poi alla politica a tempo pieno 27 anni fa o Umberto Bossi, di cui si ricordano tre feste di laurea senza laurea e 10 mesi di lavoro all’Aci prima che entrasse al Senato 17 anni fa o il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini che masticava politica con le merendine ed è parlamentare da 21 anni? O il ministro azzurro Enrico La Loggia, chiamato a svecchiare la vecchia politica nella scia di un fratello del bisnonno ministro borbonico, di un nonno senatore del Regno e di un padre deputato diccì e presidente della Regione Siciliana? Per non dire di Beppe Pisanu che fa il parlamentare da 32 anni e Claudio Scajola che ebbe in dote dalla Balena Bianca di papà sindaco la sua prima presidenza di un’Asl quando aveva 28 anni e tanti tanti altri azzurri che solo quello hanno sempre fatto: politica. «Sono forse io, Signore?».

I REDUCI DEL PSI - Quanto al terzo colpo, il vice-coordinatore Fabrizio Cicchitto e la sotto-segretaria Margherita Boniver e il cappellano di corte Gianni Baget Bozzo e l’amato consigliori Gianni De Michelis e insomma tutti i reduci del Psi si sono sentiti fischiare le orecchie. La velenosa battuta berlusconiana sulle ville e le barche suona infatti fastidiosamente simile all’atto di accusa che Enzo Mattina lanciò a un’assemblea socialista del 1987: «Caro Bettino, dobbiamo affrontare la questione morale prima di tutto nel nostro partito. Diamo un’occhiata alle denunce dei redditi di molti nostri compagni. Con quei redditi dichiarati, al massimo si mantiene una buona casa di livello medio-basso. Invece cosa vediamo? Case lussuose. Yacht da centinaia di milioni. Ville al mare, in montagna, in collina. Cosa dobbiamo concludere? Che abbiamo sposato tutti mogli ricche? È possibile che tutte le ragazze ricche sposino dirigenti nostri?». Craxi gli rispose andandosene a fare una pennica. Tema: come dire agli elettori, dopo anni di battaglie contro le inchieste e i Robespierre del sospetto, che oggi sì, oggi basta una casa o una barca perché siano frutto di «soldi rubati ai cittadini»?
E poi, il Cavaliere ce l’aveva con la barca del «faniguttùn» D’Alema o con la villa principesca dietro piazza del Popolo del «faniguttùn» azzurro Angelo Sanza, villa avuta in «comodato d'uso» e dotata di campi da tennis, parco, ascensore, sala fitness, vasca in mosaico pompeiano accanto al letto e garage con tetto trasparente sotto la piscina con grande soddisfazione di Angiolino, figlio d’un impiegato Inam? O forse ce l’aveva con tanti altri del suo giro visto che lui stesso ebbe a dire: «Erano zucche e li ho trasformati in principi»? Ah, saperlo! Saperlo! «Sono forse io, Signore?». E il Signore, quello vero, rispose: «Forse no, ma di’ al tuo capo che chi è senza peccato...».
Gian Antonio Stella
















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giovedì, febbraio 19, 2004

prof. U. Veronesi da Specchio 14 febbraio 2004

"Non abbiamo più coscienza del ruolo del pensiero scientifico. Viviamo in un'epoca di oscurantismo: dilagano gli oroscopi, i maghi, la superstizione, il rifiuto della razionalità. Ci rifugiamo nel mondo del sovrannaturale invece di affrontare i problemi. E questo, alla lunga, porterà al declino del Paese. Si parla tanto dell'ascesa della Cina, ma non si dice che da decenni i cinesi hanno investito nella ricerca, nelle tecnologie avanzate. Credono nella scienza. In Italia ci vorrebbe un nuovo Illuminismo. Senza nulla togliere, per carità, alla dimensione spirituale, e religiosa, personale.

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18.02.2004 da L'Unità on line
Piazza Alimonda
di red

 Questo è il testo della canzone del nuovo disco di Francesco Guccini ispirata alla morte di Carlo Giuliani.

Genova, schiacciata sul mare, sembra cercare
respiro al largo, verso l’orizzonte.
Genova, repubblicana di cuore, vento di sale,
d’anima forte.
Genova che si perde in centro nei labirintici vecchi carrugi,
parole antiche e nuove sparate a colpi come da archibugi.
Genova, quella giornata di luglio, d’un caldo torrido
d’Africa nera.
Sfera di sole a piombo, rombo di gente, tesa atmosfera.
Nera o blu l’uniforme, precisi gli ordini, sudore e rabbia;
facce e scudi da Opliti, l’odio di dentro come una scabbia.
Ma poco più lontano, un pensionato ed un vecchio cane
guardavano un aeroplano che lento andava macchiando il mare;
una voce spezzava l’urlare estatico dei bambini.

Panni distesi al sole, come una beffa, dentro ai giardini.
Uscir di casa a vent’anni è quasi un obbligo, quasi un dovere,
piacere d’incontri a grappoli, ideali identici, essere e avere,
la grande folla chiama, canti e colori, grida ed avanza,
sfida il sole implacabile, quasi incredibile passo di danza.
Genova chiusa da sbarre, Genova soffre come in prigione,
Genova marcata a vista attende un soffio di liberazione.
Dentro gli uffici uomini freddi discutono la strategia
e uomini caldi esplodono un colpo secco, morte e follia.
Si rompe il tempo e l’attimo, per un istante, resta sospeso,
appeso al buio e al niente, poi l’assurdo video ritorna acceso;
marionette si muovono, cercando alibi per quelle vite
dissipate e disperse nell’aspro odore della cordite.

Genova non sa ancora niente, lenta agonizza, fuoco e rumore,
ma come quella vita giovane spenta, Genova muore.
Per quanti giorni l’odio colpirà ancora a mani piene.
Genova risponde al porto con l’urlo alto delle sirene.
Poi tutto ricomincia come ogni giorno e chi ha la ragione,
dico nobili uomini, danno implacabile giustificazione,
come ci fosse un modo, uno soltanto, per riportare
una vita troncata, tutta una vita da immaginare.
Genova non ha scordato perché è difficile dimenticare,
c’è traffico, mare e accento danzante e vicoli da camminare.
La Lanterna impassibile guarda da secoli gli scogli e l’onda.
Ritorna come sempre, quasi normale, piazza Alimonda.

La «salvia splèndens» luccica, copre un’aiuola triangolare,
viaggia il traffico solito scorrendo rapido e irregolare.
Dal bar caffè e grappini, verde un’edicola vende la vita.
Resta, amara e indelebile, la traccia aperta di una ferita.













































posted by antkost 17:27 | commenti (1)